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I COMUNI E LA STORIA

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ANCARANO

Ancarano, posto a 293 slm, ha origini antiche.
Le versioni sulla nascita del suo toponimo affondano sia nella leggenda sia in racconti che si tramandano di secolo in secolo come il ritrovamento di un'ancora sepolta fuori le mura di cinta dell'incastellato mentre si operava uno scavo per la realizzazione di una costruzione. L'ancora è poi diventata il simbolo dello stemma del Comune anche se, Ancarano, dista 20km dal mare.

Si sa per certo, anche grazie ai ritrovamenti avvenuti sul suo territorio, che Ancarano è stato un insediamento romano. Scelta non del tutto casuale vista la particolare e privilegiata posizione di "vedetta" sulla vallata del Tronto, sulla via Salaria, ed in prossimità del fiume Vibrata.

Una bolla di Leone VIII, nel 965, ne attesta la sua appartenenza alla diocesi di Ascoli con il nome di Ancarano.

La presenza degli etruschi in questa zona è esclusa anche se il nome Ancarano lo si vuole legato alla presenza di un tempio dedicato alla dea Ancaria, deità, appunto etrusca venerata dai Piceni (Tertulliano nell'Apologeticum) e da qui il suo nome (Ancariae fanum). Il tempio della dea Ancaria risulta essere stato molto frequentato. Si racconta che Caio Giulio Cesare, una volta ripresasi la Città di Ascoli a Lentulo Spintero, si portò fino al tempio della dea Ancaria per ringraziarla.

Gli storici indicano invece S.Emidio, protettore di Ascoli Piceno, il Vescovo che forzò le porte del tempio per distruggere la statua pagana e gettarne i pezzi nel fiume Tronto.

Nel 542d.C. Ancarano fu sottomessa da Alarico e nel 793 conquistata e distrutta da Pipino, figlio di Carlo Magno. Otto anni dopo, fu lo stesso Carlo Magno ad ordinare la ricostruzione del castello di Ancarano, e secondo quanto riporta un atto, che gli storici ritengono falso, fu sempre lui a donarlo ai vescovi ascolani. Agli inizi del 1400 gruppi ebrei si insediarono lungo la linea di confine tra il Regno meridionale e lo Stato Pontificio dovendo fuggire a persecuzioni anche dalla stessa Ascoli. Ancarano fu uno dei centri dove la comunità ebraica divenne rilevante dal punto di vista economico e numerico poiché, nonostante il castello fosse una proprietà dei vescovi ascolani, godeva di una larga autonomia.

Nel 1557 il Castello subisce l'ultima rovinosa sconfitta per mano del Duca d'Alba. Il rifiuto di disertare, e di fare disertare tutti gli altri, pervenuto al duca d'Alba da parte di un abitante di Ancarano, Tommaso di Jacuffo, scatenò l'ira del nobile spagnolo tanto da dare l'ordine di buttare giù le mura ed ogni cosa venisse trovata al suo interno. Nell'incendio andarono perduti e bruciati documenti e Statuti che furono in parte ricostruiti nel 1563.

Nel 1838 Ancarano iniziò a subire incursioni da parte delle truppe del Regno di Napoli con l'intento di conquistare la posizione e portarsi a ridosso del fiume Tronto e dei confini papali. Tentativi non riusciti e frutto di innumerevoli contestazioni da parte degli ancaranesi che dovettero però sottostare alla decisione di papa Gregorio XVI che, il 26 settembre 1840, consegnò il Castello dei Vescovi ascolani a Ferdinando II, Re del Regno di Napoli su forti pressioni del sovrano.

Il passaggio non fu immediato e, nel frattempo, Pio IX succedette a Gregorio XVI. Gli ancaranesi rivolgono altre suppliche al nuovo Papa affinché non venisse ratificata la cessione del loro Castello al Regno di Napoli in virtù dei rapporti culturali, economici e giuridici, che questo castello aveva da sempre con Ascoli.

Pio IX, invece, il 23 ottobre del 1852, firma il passaggio di Ancarano nel Regno di Napoli dopo le reiterati pressioni di Re Ferdinando II, pur restando nella diocesi di Ascoli.

Il 21 ottobre del 1860 Ancarano entra a far parte del Regno d'Italia.

Internamente, l’abitato, conserva lo schema organistico della ricostruzione del XVI-XVII secolo con numerosi edifici d’epoca posti ai lati di strette e tortuose vie. Le costruzioni hanno le cornici mentre alcuni portaletti in pietra presentano maioliche con raffigurazioni di Santi, del XVIII-XIX secolo, oppure stemmi e decori nella chiave di volta. Le finestre del piano nobile sono riquadrate con cornici e modanature negli edifici del tardo seicento o del settecento.

Chiesa S. Maria della Misericordia

Chiesa dai lineamenti tardo-rinascimentali fu alterata nella sua struttura da un tiburio che copriva interamente la cupola e da un porticato realizzati per evitare le infiltrazioni di acqua piovana dal tetto.

Un restauro del 1979 riporta la Chiesa alla sua veste originaria, quella voluta dall'architetto pesarese Giovanni Branca (1571-1645).

La pianta è ottagonale con sagrestia rettangolare e, come tutte le chiese ad impianto centrale, è dedicata alla Madonna per il suo carattere mistico simbolico basato sul numero sette, escludendo il lato d'ingresso. Uno dei lati che costituisce facciata principale ha una porta con gli stipiti in travertino lavorato e un'architravatura di notevole altezza. L'apertura è chiusa da un timpano triangolare in travertino, al di sopra del quale si trova un'iscrizione che data la costruzione al 1628 ed è sormontato da uno stemma gentilizio e da un rosone circolare.

Chiude la facciata una riquadratura in mattoni che si estende anche sugli spigoli. In alto sono presenti due cornicioni murari, il secondo dei quali costituisce l'imposta della cupola. Sulla facciata laterale Nord era stata realizzata un'apertura (oggi murata) simile a quella principale.

Sugli altri lati, invece, le finestre sono basse e di tipo rettangolare, regolarmente riquadrate con grossi elementi in travertino. La facciata sud comprende un setto murario che va oltre il secondo cornicione, ed ha funzione campanaria.

Tutte le facciate hanno inoltre un paramento murario realizzato con mattoni regolarmente squadrati e malta di calce.

La sagrestia ripete le scelte formali della muratura della chiesa, ma in tono minore, ed ha su due lati le aperture con arco molto ribassato. All'interno della chiesa è conservato un'icona raffigurante una Vergine incoronata da due Angeli intorno alla quale sarebbe stata edificata la Chiesa che riporta questa scritta:

"PERFECTUS-GASPARUS-FECIT-HÂC-IMAGINEM-EX VOTO-1569".

Si nota che, a differenza dell'iconografia tradizionale, i supplici sono assenti mentre solitamente sono rappresentati all'interno del mantello della Vergine. Probabilmente queste figure erano presenti in dimensioni ridotte all'interno del dipinto, successivamente però, per il cattivo stato di conservazione o per motivi stilistici, sono stati eliminati con la sistemazione "a cappellina" dell'immagine votiva.

All'interno della chiesa vi sono due altari settecenteschi in stucco. Uno di questi contiene la tela del Transito di San Giuseppe, una copia di Luca Giordano mentre l'altro altare ospita la Madonna del Suffragio del 1710 (Madonna col Bambino e Sant'Anna, San Nicola da Tolentino e un santo che si pena essere San Giacomo della Marca) di Tommaso Nardini.

L'influenza della scultura romana del primo settecento è visibile negli angeli e nelle figure allegoriche che decorano gli altari.

Nel 1733 vi fu tumulato Matteo Marsili, poeta e umanista ancaranese che insegnò a Roma.

Chiesa S. Maria della Carità

La chiesa della Madonna della Carità si trova al di fuori dell'abitato ed è stata costruita sullo scorcio del XVIII secolo.

L'edificio sorge sul luogo dove prima si trovava la chiesetta dedicata a S. Simplicio patrono del paese, ed è a navata unica. E' dotata di un campanile. All'esterno si può notare il portale, un'imitazione delle linee seicentesche di quello della chiesa della Madonna della Misericordia.

All'interno dell'edificio si possono ammirare alcune tele, in particolare quella che ritrae S.Simplicio che indica l'abitato di Ancarano datata 1845. Ne esiste, in proprietà privata, anche il disegno preparatorio datato 1841.

La statua lignea del settecento raffigurante S. Simplicio, da qualche anno, è stata spostata in una piccola cappella a ridosso della Parrocchiale di S.Maria della Pace.

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